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Opificio Golinelli a Bologna

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Lo scorso 3 ottobre è stato inaugurato a Bologna l’Opificio Golinelli, un’area di circa 4.500 metri quadri coperti e altrettanti scoperti, destinata a diventare una vera e propria cittadella della cultura grazie al lavoro di diverserighestudio (Simone Gheduzzi, Nicola Rimondi, Gabriele Sorichetti).

Opificio Golinelli: il sapere come saper fare

L’Opificio è di proprietà della Fondazione Golinelli, creata dall’imprenditore farmaceutico Mario Golinelli nel 1988, una fondazione privata riconosciuta dalla legge italiana, che opera attivamente nel settore della promozione culturale, soprattutto nei confronti dei giovani, sul modello delle analoghe istituzioni americane. Con l’intento di dare una sede alle attività della fondazione si è pensato di strappare al degrado i 9.000 metri quadri dismessi nel 2008 dalle fonderie Sabiem, per dar vita a uno spazio destinato a ospitare fino a 150.000 persone. Il nome Opificio dato alla struttura nasce proprio per rendere l’idea di quanto il “sapere” debba essere anche “saper fare” e quindi voglia dire saper toccare, ascoltare, valutare, correggere l’errore. L’Opificio è pensato come una rappresentazione metaforica delle funzioni più importanti della vita sociale, così:

  • gli Uffici rappresentano il Municipio
  • la Scienza, la scuola
  • la Scuola delle idee, l’asilo – uno spazio ludico per bambini fino a 18 mesi
  • il Giardino delle imprese rappresenta il cantiere continuo che le nostre città dovrebbero essere per rispondere alle esigenze della vita moderna.

Lo spazio pubblico è invece rappresentato dalla piazza, in cui si svolgono attività polifunzionali e dalle strade, elemento di connessione tra le varie parti.

Come è articolato il progetto

Il progetto si articola in base a tre principi fondamentali:

  • la strategia del non finito
  • il paradosso architettonico che contrappone il micro al macro
  • la sinestesia architettonica.

Il primo elemento ha fatto sì che non tutto l’edificio fosse occupato e che invece rimanessero all’interno ampie aree disponibili da strutturare col passare del tempo, in modo da rendere lo spazio particolarmente flessibile. La parte di nuova costruzione è stata realizzata con dei materiali posati a secco, dando così la possibilità in futuro di smontare le strutture e ricollocarle altrove. Il secondo punto parte dall’idea di passare dalla ricerca dell’infinitamente piccolo, compiuta attraverso sofisticati strumenti degni di un’Università, a una visione più concettuale orientata verso il cielo e quindi all’infinitamente grande. Per concretizzare quest’idea è stata ideata una particolare articolazione prospettica degli shed trasparenti di copertura, in modo che gli studiosi, in qualunque momento del loro lavoro, possano rivolgere lo sguardo verso l’alto. La sinestesia accosta due elementi concettualmente diversi: in questo caso si è voluto educare alla componente scientifica dell’arte e all’intuizione artistica della scienza, creando uno spazio destinato simultaneamente alla ricerca scientifica e alla esposizione artistica, mettendo a contatto queste due realtà come due esigenze culturali e formative di uguale importanza.

L’efficienza energetica dell’Opificio

L’Opificio è classificato in classe A, per cui richiede pochissima energia per funzionare. L’involucro esistente è stato sfruttato in modo da limitare le dispersioni di calore, mentre le parti vetrate sono concepite in maniera da evitare l’eccessivo irraggiamento solare in estate e sfruttarne invece il calore in inverno. In un edificio di questo tipo, che richiede poca energia, la parte destinata agli impianti risulta così ridotta e soggetta a una limitata manutenzione. Gli interni sono riscaldati mediante l’utilizzo di una pompa di calore ad altissimo rendimento, senza alcun collegamento alla rete del gas cittadina, e quindi senza emissioni inquinanti in ambiente. Il riscaldamento è a pavimento, per cui non si formano moti convettivi che alzano la polvere in interno. Grande attenzione è stata posta anche al ricambio dell’aria, costante e continuo, che avviene grazie a dei recuperatori di calore, per cui non determina neanche un grande dispendio energetico. Molta importanza è stata data anche alle proprietà di assorbimento e isolamento acustico dei materiali impiegati. In particolare:

  • le murature sono rifinite con intonaci fonoassorbenti
  • l’intradosso della copertura, microforato, con lane minerali, permette di ovattare il rumore in ambiente
  • i pavimenti presentano ridotta rumorosità al calpestio e caratteristiche di assorbimento acustico.

L’edificio è dotato anche di un impianto fotovoltaico capace di produrre 50 kW di energia elettrica da utilizzare per l’illuminazione controllata, in grado cioè di modularsi in relazione al numero di utenti al passaggio o alle condizione dell’illuminazione naturale.

Gli esterni e lo spazio verde dell’Opificio

Il preesistente piazzale merci è stato trasformato in un vasto spazio verde destinato ad attività ricreative prevalentemente estive. L’irrigazione di questo spazio verde è alimentata dal riciclo delle acque piovane opportunamente convogliate mediante un sistema di recupero posto in copertura. La tinteggiatura esterna dell’edificio è realizzata con pitture fotocatalitiche che, quando sono colpite dai raggi del sole, attivano un processo per cui è possibile disgregare le particelle inquinanti presenti in ambiente. I materiali sono stati lasciati a vista, in modo da non occultare l’origine produttiva del luogo. Il progetto strutturale, curato dall’ing. Lanfranco Laghi, mette in evidenza la differenza tra gli elementi portanti e quelli portati. Questi ultimi sono realizzati con:

  • diaframmi in policarbonato colorato
  • tamponamenti in OSB
  • MDF trattato a vista
  • acciaio con calamina.
Articolo scritto da:

Carmen Granata

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Architetto libera professionista e giornalista pubblicista. Si occupa di progettazione e consulenza immobiliare anche online. Il suo sito è "GuidaxCasa".

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