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L’edilizia giapponese e l’esigenza di un ritorno al passato

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Case giapponesiL’edilizia giapponese, quindi anche l’architettura, si è vista costretta a rapportarsi con una vasta crescita demografica e allo stesso tempo con un territorio dalla superficie limitata come quello del Paese del Sol Levante. Un territorio colmo di cemento e privo di vegetazione, privo di quell’elemento naturale che ha sempre contraddistinto la cultura e la filosofia giapponese.
 
La corrente del Minimalismo nasce come reazione a questa società consumista, dove la materialità, l’eccesso, l’apparenza e l’esteriorità sono i principi che hanno preso sempre più piede. Si tende quindi, oggi, a voler spogliare l’oggetto architettonico da ogni appello, dal di più, per ricercare la vera essenza, ciò che è autentico e originano, per ritrovare i veri valori.
La cultura architettonica orientale contemporanea si sta dirigendo verso questo filone che riporta in voga l’originario stile di vita giapponese, dove l’uso del bianco, del legno e della pietra diventano protagonisti.
 
L’obiettivo di questo stile è quello di infondere un senso di pace, equilibrio e tranquillità quasi per sfuggire dal mondo frenetico di oggi, una casa per l’anima.
 

Sicuramente l’idea di comfort domestico di Sou Fujimoto è molto lontana dalla nostra, ma contiene una sua particolare piacevolezza. Fondamentale è lo sforzo creativo di trovare soluzioni sempre nuove in un contesto giapponese di dimensioni ridotte all’osso, rispecchiando però la tradizione dell’abitare leggera e flessibile, a base di pareti scorrevoli: un gioco degli spazi sempre aperto, senza confini precisi tra le stanze né tra interno ed esterno.
Su queste idee, sono state progettate: House H, una residenza su diversi livelli sfalsati e aperti che richiamano l’idea di albero, e House NA, dove le stanze interne sono collegate da piccole scale, che permettono una libera circolazione attraverso un programma definito, e dove di notte le tende diventano partizioni temporanee per la privacy e la separazione degli ambienti.
 
Lo studio Suppose Design ha invece progettato House in Minamimachi-3, una residenza di soli 29mq in un sito di 55mq, circondata da un guscio di calcestruzzo che crea una serie di terrazze triangolari tra le pareti interne ed esterne. Le case nella zona sono collocate strettamente tra di loro e, con questa condizione, è molto difficile rendere la residenza aperta verso l’esterno mantenendo il suo privato. Lo stesso studio ha anche progettato una Casa giardino in Moriyama rispondendo all’esigenza del cliente di avere un giardino all’interno della casa non avendo lo spazio esterno per poterlo fare.
 
Garden and House è una residenza di cinque piani progetta dell’architetto giapponese Ryue Nishizawa in uno spazio ridotto di appena 32mq.
Situato in un quartiere commerciale denso e con un sito largo appena 4m, Nishizawa ha progettato un edificio con solo pareti vetrate per evitare di restringere ulteriormente gli spazi interni contornati da vegetazione.
 
Kofunaki House, progettata dallo studio giapponese Alts Design, offre agli abitanti un interno ricco di elementi naturali evocando l’essenza dell’ambiente esterno. Il concetto nasce dal ricordo che l’uomo possiede della sua precedente convivenza con la natura e dal desiderio di vivere la vegetazione nel cuore dello spazio abitativo.
 
Colonne di legno a forma di Y supportano il loft e le camere a livelli diversi all’interno di House H, progettata da Hiroyuki Shinozaki. La casa si contraddistingue per elementi semplici, puliti e lineari.
 
White Cave House dell’architetto giapponese Takuro Yamamoto è scandita da una serie di vuoti interconnessi, tra cui una terrazza con piscina riflettente poco profonda. La connessione di vuoti è il tema di questa casa al fine di compensare i limiti di spazio.
 
Naruse Inokuma ha progettato Casa Comue Design LT Josai, una casa condivisa a Nagoya con spazi comuni per mangiare, cucinare e rilassarsi che incoraggiano i residenti ad interagire in modi diversi tra loro. L’edificio è stato progettato in risposta alla crescente domanda di case dove individui non imparentati condividono cucine, spazi abitativi e bagni. Molte di queste case sono ricavate da immobili esistenti, basando la nuova realizzazione su principi di vita in comune.

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Articolo scritto da:

Daniele Drigo

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Architetto, urbanista e interior design. Fondatore dello studio di progettazione architettonica e ingegneristica AirPartners. Blogger per www.ddarcart.com, magazine di Architettura, Arredamento e Design.

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